BIBLIOGRAFIA


Roberta Meloni è nata a Sassari, città in cui vive e opera, il 17 dicembre 1968.
Sorda dalla nascita attraverso un lungo e tormentoso percorso, con l’ausilio delle protesi acustiche, è riuscita a comunicare oralmente, ma da sempre, ha trovato nel disegno e poi nella pittura, lo strumento fondamentale per esprimere se stessa e cercare di instaurare un colloquio più complesso e completo con gli altri. Conseguito il diploma di Maestro d’Arte in ceramica, ha dopo qualche anno frequentato l’Accademia di Belle Arti di Sassari dove ha conseguito il Diploma di Decorazione. Ha continuato a studiare sotto la guida del Maestro Luigi Pinna dal 1996 al 1998, e nel 2002 presso la scuola di pittura del centro culturale “Santa Maria di Bethlem di Sassari”, seguita dai Maestri Becciu, Calvi e Mazzanti. Roberta ha sperimentato diverse tecniche decorative e pittoriche, dall’acquerello alla tempera, dall’olio all’acrilico, dimostrando in tutte versatilità e padronanza del mezzo. Da qualche anno è affascinata dalla religiosità ingenua e profonda delle icone, nell’esecuzione delle quali coniuga un segno incisivo e preziosità di materiali nel rispetto delle tecniche degli antichi maestri.
Il percorso creativo di Roberta comprende i lavori realizzati durante il periodo dell’Accademia, espressi soprattutto in linguaggio astratto, abbandonato in seguito per quello figurativo.
Tale scelta denota la forte aspirazione di Roberta nel voler dare forma concreta ed universalmente intelligibile alle percezioni sensoriali e al lato emozionale.
L’uso di tante tecniche diverse rileva la necessità di indagare e restituire il mondo fenomenico con libertà espressiva di mezzi, senza nessuna limitazione. L’opera grafica rappresenta il termine estremo e più evidente della parabola della luce, iniziata emblematicamente con le opere informali. Il registro espressivo generalmente si mantiene su esiti improntati ad un realismo contrappuntato da inflessioni naif e l’uso garbato di un cromatismo elegante e raffinato, che si contraddistingue soprattutto negli acquerelli per la pulizia e la meticolosità della resa del particolare.
Nell’ultimo periodo Roberta ha dedicato una particolare attenzione e uno studio approfondito alla realizzazione delle icone, sperimentando nuovi modi espressivi.
Fermo restando che la “Madre Divina” è universale, Roberta, profondamente legata alla sua terra, dopo aver realizzato varie iconografie tratte dal mondo Bizantino, audacemente è andata alla ricerca del luogo di “presenze della Grazia” nel mondo isolano a lei più caro.
Roberta ha partecipato:

Collettiva Santa Maria Bethlem – Dicembre 2000
Mostra itinerante collettiva del Meilogu – Aprile/luglio 2001
Estemporanea Chiaramonti – Giugno 2001
Personale Alghero – Luglio 2001
Estemporanea Nulvi – Ottobre 2001
Collettiva Santa Maria Bethlem – Dicembre 2001
Rassegna primavera Sassari – Aprile 2002
Estemporanea Asinara – Aprile 2002
Estemporanea Porto Torres – Maggio 2002
Estemporanea Codrongianos – Giugno 2002
Ha conseguito il diploma di Maestro di Icone il 21 luglio 2002 a Grottaferrata (Roma).
Rassegna Palazzo della Provincia di Sassari - Marzo 2005

ICONA


Dal greco eikon = immagine. Per icona si intende una tavola dipinta o pittura a carattere religioso in stile bizantino.
L’impero Bizantino fu la continuazione dell’Impero Romano d’Oriente e la pittura di icone si sviluppò attraverso tutto il suo immenso territorio delle chiese dell’oriente cristiano. Istambul divenne la nuova Roma e nel 330 d.c. fu rifondata sull’antica posizione di Bisanzio dall’imperatore Costantino (antica Costantinopoli).
Le prime icone risalgono a questo periodo e sono dipinte a encausto (tecnica che usa la cera fusa per fissare o legare i colori). Un esempio è l’icona più antica “ la Madonna della Clemenza” conservata a Santa Maria in Trastevere a Roma.
All’inizio del VII sec. Maria è riconosciuta dal concilio di Efeso, Madre di Dio e nominata protettrice di Costantinopoli. Da allora, il culto per le immagini sacre diventa un’autentica mania religiosa, tanto da mascherare interessi sociali e politici. Nel 730, Leone III per limitare le ricchezze e la potenza dei monasteri e il dilagare degli iconoclasti, vietò il culto delle immagini. Le lotte tra la Chiesa e l’Impero, durarono sino al concilio di Nicea (787) e all’843 quando l’imperatrice Teodora nominò patriarca di Costantinopoli Metodio. Nell’867 con Basilio I, l’Impero inizia un periodo splendido nella storia dell’Impero Bizantino, sino al X sec. Bisanzio controlla un vasto territorio e giunge sino all’Italia meridionale.
È in questo periodo che le singole icone iniziano ad essere realizzate e conservate nei monasteri. La maggior parte delle icone antiche che sono rimaste, sono posteriori al XVI sec., alcune molto antiche sono conservate nel monastero di Santa Caterina nel monte Sinai e in Egitto. La tecnica delle icone si espande nelle varie aree periferiche dell’Impero Bizantino, iniziando a mostrare tratti distintivi propri dovuti in parte alla reperibilità dl materiale, in parte ad elaborazioni proprie. Nasce così una pittura di icone di Bisanzio greca, russa, slava, cretese e per alcuni periodi italiana e spagnola (XII e XIII sec.).
L’icona più famosa è la Madonna Bizantina di Vladimir, mentre il più famoso decoratore è Teofane il greco, che operò soprattutto in Russia. Il suo famoso allievo fu Andrei Rublëv. Dopo la caduta dell’Impero nel 1453 non scompare l’arte Bizantina, diffusa ormai in tutto il bacino del Mediterraneo, prosegue lungo le linee della stessa arte tradizionale.
In una raccolta di anonimo, nota come “I racconti di un pellegrino russo”, sono riportati usi e devozioni che ci fanno capire quale fosse il tipo di venerazione popolare alle icone. Un’usanza profondamente radicata è la benedizione che i genitori impartiscono ai figli, ormai adulti, per iniziare una vita autonoma è usata un’icona del Salvatore per i figli maschi ed una della Madre di Dio per le figlie. In una ninna nanna, la promessa della madre suona come una futura eredità del bambino “ ti consegno una sacra icona che ti accompagni per via: vessillo ti sia nel cammino, prega che non ti abbandoni”.

L’ICONA NELLA CASA E NELLA CHIESA


Nell’anno 843 si concluse la lotta iconoclastica, le icone si diffusero più di prima fra i cristiani, che le veneravano solo nelle chiese, ma le custodivano nelle case al posto d’onore. Le ponevano sulle porte delle città, le issavano come labari alla testa degli eserciti, le portavano in processione per vie e per campi, per scongiurare pericoli o invocare la grazia di un abbondante raccolto. L’icona era considerata una presenza benefica della vita umana in tutti i suoi aspetti: c’era l’icona che proteggeva le partorienti, i pellegrini, gli ammalati, i moribondi e quella che seguiva il defunto alla presenza di Dio nel giorno del Giudizio.
Il saluto dei visitatori si rivolgeva, prima che agli abitanti della casa, alle icone domestiche, provenienti per la maggior parte dalla Russia, raffiguranti generalmente santi o angeli.
“Chiunque venera un’immagine venera in essa la realtà che vi è rappresentata”.

ICONE DI CRISTO


Secondo la tradizione esistono tre tipi canonici fondamentali:
1.Il Salvatore “Acheropita” (non dipinto da mano umana) è la rappresentazione più antica e fedele di Gesù, quell’immagine impressa da lui stesso su un panno di lino.
2.Il “Pantocratore”: Cristo il Signore della vita che ha assunto fattezze umane, raffigurato a mezzo busto, con la mano destra levata in atto di benedizione, la sinistra regge un libro chiuso, simbolo della sua legge.
3.Il “Salvatore nel trono fra le potenze” nell’iconostasi, occupa il posto centrale, e verso il suo trono convergono oranti tutte le figure in piedi supplicandolo di avere pietà dell’umanità peccatrice.


ICONE DELLA MADRE DI DIO


Esistono tre tipi canonici fondamentali. All’evangelista Luca, medico e pittore, sarebbe stato concesso di ritrarre la Vergine tre volte: mentre era ancora viva, dopo la Pentecoste, nella pienezza dello Spirito Santo.
1.La Glicophilousa o elusa, Madre di Dio della tenerezza, la madre e il figlio stretti in un intenso e tenero abbraccio.
2.L’Odigitria (colei che indica la via). La Madre di Dio che sorreggendo su un braccio il bambino lo indica come “via, verità e vita”.
3.L’Orante è l’icona in cui la Vergine appare frontalmente, con le braccia levate al cielo in atteggiamento di supplica, invitando i fedeli a confidare in Cristo.

I COLORI E SIGNIFICATO


Rosso: è tra i simboli più arcaici, per eccellenza il colore, segno del fuoco fiammeggiante, che racchiude l’energia divina.
Rosso porpora: nella veste (il colore degli imperatori) esprime la signoria di Cristo sul mondo, l’affermazione della sua Divinità.
Blu: il segno dell’umanità da Lui assunta nell’incarnazione.
Oro: simbolo della luce immateriale come elemento trasfigurante del reale. La luce divina irradiata da Cristo – Dio.
Assist: venature d’oro che indicano la luce.

SIGNIFICATO DEI COLORI NELLE IMMAGINI DELLA MADONNA
I colori della veste e del manto sono l’inverso dei coloro di Cristo, Maria discendente di Adamo ha sempre la veste azzurra, colore della creazione, ma è ammantata di porpora perché scelta da Dio come Madre del Re del mondo.
Spesso vediamo brillare tre stelle sul capo e sulle spalle della Vergine, sono simbolo siriaco della verginità (esso era ricamato sul velo nuziale delle principesse) della Madonna prima, durante e dopo il parto.

TECNICHE DI REALIZZAZIONE DELLE ICONE

Nella realizzazione di una tavola la prima operazione è la scelta del legno che deve essere ben stagionato, privo di nodi, di sacche di resina, compatto e con la superficie da dipingere non troppo liscia. I legni più usati per icone erano il pioppo, il salice, il tiglio, il noce, il ciliegio e la quercia. Oggi non è semplice trovare questi legni stagionati al punto ideale, si fa uso allora dei multistrati e dei listellari, benché meno pregiati. Il legno è soggetto a deformazioni e con il tempo, anche se stagionato, risente della temperatura sia calda sia fredda e dell’umidità. Per evitare che la tavola si incurvi e si spacchi, prima di procedere al lavoro, come usavano fare gli antichi artigiani, essa viene rinforzata o con listelli innestati in un incavo o fissati con chiodi lungo il bordo superiore e inferiore della tavola. Una volta predisposto il supporto ligneo, si prepara la superficie che accoglierà la stesura del colore e l’eventuale doratura. Al fine di rendere la superficie della tavola liscia e allo stesso tempo assorbente, si prepara un impasto a base di colla di coniglio e gesso di Bologna. Successivamente si procede all’applicazione dell’impasto nel seguente modo:
con un pennello largo si applicano prima due mani di sola colla di coniglio in sensi alternati (dal basso verso l’alto e viceversa) con lo stesso procedimento e a distanza di quindici minuti circa da un trattamento ad un altro, si applica per cinque/sei volte, la colla con il gesso. Dopo tale trattamento, la tavola sospesa con la parte da dipingere rivolta verso il basso, si fa asciugare in un luogo fresco e ventilato. Una volta che la superficie è asciutta, con una lama d’acciaio molto affilata, si procede alla rasatura che è ultimata con la carta smeriglio molto sottile. A questo punto la tavola è pronta per ricevere il soggetto da dipingere, trasferito su di essa utilizzando un lucido e la carta carbone.
La pittura si realizza con colori di terra e rosso d’uovo, con l’aggiunta di acqua e poche gocce di aceto (bolo). I colori di terra più usati sono:
bianco, ocra, verde, nero, rosso.

LA DORATURA

Attorno all’immagine che è stata dipinta si prepara la base per la doratura con terra bolare (tipo di terra a base di silicato di alluminio). La preziosa lamina si applica in due modi:
1.Tecnica a guazzo – sulla superficie inumidita si applica la foglia d’oro,
2.Tecnica a missione - collante usato per attaccare la lamina.
Dopo l’applicazione dell’oro si procede alla brunitura, ossia con delicatezza si lucida d’oro usando un dente di animale (lupo, cane o cinghiale) o una pietra d’agata. Il lavoro viene ultimato coprendo il dipinto con una vernice protettiva che conferisce alla tavola un aspetto invecchiato.